La nuova frontiera dei lavoratori “usa e getta”

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Lavoratori “on tap”, alla spina, a gettone, usa e getta: è questa la nuova frontiera del mercato del lavoro alla quale sembra fare riferimento il Jobs Act, utilizzato da Renzi per uscire dalla tempesta della crisi. La prevaricazione massima, il rapporto di lavoro puntiforme, utilizza da noi la forma del voucher, strumento di cui progressivamente si estendono i campi di applicazione e i massimali in valore e che viene proposto ai giovani come una delle forme del percorso ad ostacoli per essere pagati nella manifestazione-vetrina dell’Expo 2015. Ma il riferimento ai workers on tap, lavoratori a singhiozzo, che in Germania ha come apripista i mini job, è parte di una costruzione sociale ed economica più ampia, un nuovo modello. In questi termini, scomodando addirittura un paragone con le teorizzazioni del modello capitalista classico di Adam Smith, ne parla il primo numero dell’anno della rivista The Economist. Non è questa, del resto, l’unica analisi che cerca di codificare la nuova economia, o meglio la nuova frontiera del sistema produttivo capitalistico, ma quella dell’Economist è senz’altro la descrizione più chiara, prendendo come esperimento in vitro e capofila della nuova tendenza il mercato del lavoro degli Stati Uniti, dove l’esercito dei lavoratori “freelancers”, arruolati in massa tra i ranghi della on-demand economy, conta già 53 milioni di persone. Secondo l’Unione dei Freelancers si tratta addirittura di un terzo della forza lavoro americana.
La loro principale caratteristica è di non avere un lavoro dipendente, anzi di non avere proprio un contratto di lavoro, mentre si chiede loro una disponibilità pressoché totale in termini di tempo, 24 ore su 24, per prestazioni a chiamata, “work on call” ma del tutto intermittenti, a singhiozzo. Si chiama lavoro accessorio, occasionale ma a ben vedere ha tutte le caratteristiche ormai di un lavoro subordinato per quanto puntiforme, specialmente se il committente è unico. In una analisi del colosso di consulenza del lavoro PrinceWaterhouseCoopers, intitolato “The future of work. A journey to 2022”, uscito lo scorso autunno, si definisce questo mercato del lavoro “orange world”, sostenendo che per il momento convive con altre modalità di impiego: “green” se si fa riferimento all’imprenditoria “social”, per noi Terzo settore, o “blue” se ci si riferisce ai lavori stabili come quelli ereditati dal Novecento.
I lavoratori “on tap” possono essere iper o per niente specializzati, comunque vengono pagati a prestazione, non ad orario. Anche i nostri voucher sono definiti nel decreto del Jobs Act “buoni orari” ma senza una precisa definizione che leghi la prestazione richiesta con la retribuzione, a totale discernimento del committente. Altra caratteristica del lavoro “on tap” è l’evanescenza del datore di lavoro. A effettuare il pagamento è il “committente” della prestazione d’opera, ovvero nel caso americano direttamente il cliente, il consumatore del servizio reso, attraverso un intermediario. Così i costi di amministrazione si assottigliano fortemente. Ma questo non è il vantaggio principale. Sia che si metta sul mercato un bene (una camera in bed and breakfast a casa propria), o una attività, come fare la spesa a pagamento ai vicini, l’attore economico che organizza il tutto resta in un empireo di algoritmi, nascosto in una App sul telefonino. Senza doveri o ruolo sociale, difficile anche solo da individuare.
Fonte:Rassegna.it
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