Su Via D’Amelio la verità non torna

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L’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio, dove furono trucidati Paolo Borsellino e la sua scorta, prese sul nascere la direzione sbagliata. Ci sono voluti vent’anni da quel 19 luglio 1992 per “scoprire” che la pista che portava al boss Pietro Aglieri era falsa e che quella vera conduceva al capo mafia di Brancaccio Giuseppe Graviano e al fratello Filippo. La differenza non è da poco. Aglieri, capo mandamento della Guadagna, coinvolto nella strage di Capaci, era l’espressione dell’ala militare e più interna di Cosa nostra, mentre i boss di Brancaccio vantavano collegamenti con i vertici di Forza Italia, nonostante Filippo Graviano abbia negato qualsiasi rapporto di conoscenza con il senatore Marcello Dell’Utri e il fratello si sia rifiutato di rispondere ai giudici.

Perché Caltanissetta riaprisse le indagini sono state necessarie la nomina di un nuovo capo della Procura, Sergio Lari, e le confessioni di un nuovo collaboratore di giustizia, Gaspare Spatuzza, killer spietato (esecutore dell’assassinio di don Pino Puglisi e rapitore del piccolo Giuseppe Di Matteo) che agiva agli ordini dei Graviano. E alle dichiarazioni di Spatuzza sono seguite nel 2011 quelle di un altro “uomo d’onore”, Fabio Tranchina, che curava i rapporti tra i Graviano e la politica.
Spatuzza è stato ammesso al programma di protezione del Viminale dopo essere stato giudicato attendibile da tre Procure. Fu lui a rubare la Fiat 126 che era stata imbottita di tritolo e parcheggiata in Via D’Amelio davanti all’ingresso del palazzo della madre di Borsellino.Fu Giuseppe Graviano, nascosto dietro un muretto nelle vicinanze, ad azionare il telecomando che fece deflagrare l’autobomba. È questa la nuova verità che emerge da Caltanissetta e che ha portato i magistrati a scagionare otto persone, tra le quali Vincenzo Scarantino, il falso collaborante che, dopo essersi proclamato innocente per due anni, si autoaccusò di aver commissionato a tale Salvatore Candura il furto della 126.
L’impostura ha retto fino al 2008. Ma Scarantino non era affiliato a Cosa nostra: era uno spacciatore di droga e di sigarette. Affiliato alla cosca di Aglieri era il marito di sua sorella, Salvatore Profeta, condannato all’ergastolo per la falsa accusa di aver commissionato al cognato il furto della 126. I magistrati nisseni fecero due più due e decisero che ad eseguire l’attentato fosse stato il gruppo di fuoco della Guadagna. Stranamente bastarono poche settimane perché il pentimento di Scarantino fosse giudicato autentico dall’allora capo della mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera. L’allora Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Giovanni Tinebra parlò di «riscontri oggettivi». Si scoprirà nel 2010 che La Barbera era a libro paga del Sisde negli anni in cui al vertice dell’intelligence sedeva Bruno Contrada, poi condannato per concorso esterno per le dichiarazioni di Gaspare Mutolo.

Fonte: Il sole24ore.it

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